Lutto

Livio Berruti, addio a una leggenda dell’atletica italiana: è morto a 87 anni il Campione Olimpico di Roma 1960

Foto di Archivio Fidal

È morto a 87 anni Livio Berruti, campione olimpico dei 200 metri a Roma 1960. Il velocista torinese, protagonista di una delle più grandi imprese nella storia dello sport italiano, si è spento oggi in una clinica di Torino dopo un periodo di malattia. Con lui scompare uno dei simboli più riconoscibili dell’atletica azzurra.


Livio Berruti è morto oggi, domenica 9 agosto 2026, a Torino. Aveva 87 anni. La notizia, appresa dall’ANSA da fonti vicine alla famiglia, ha segnato una giornata di lutto per l’atletica italiana e per l’intero sport nazionale. Berruti lascia la moglie Silvia; i funerali si svolgeranno in forma privata. Nato a Torino il 19 maggio 1939, Berruti è stato una delle figure più importanti della storia della velocità italiana. La sua carriera internazionale si è sviluppata nell’arco di tre edizioni dei Giochi Olimpici, dal 1960 al 1968, e lo ha portato a vestire per 41 volte la maglia della Nazionale.


Il giorno che cambiò la storia


Il nome di Livio Berruti è indissolubilmente legato al 3 settembre 1960, il giorno della finale olimpica dei 200 metri allo Stadio Olimpico di Roma. Davanti al pubblico italiano, il giovane velocista torinese corse la semifinale in 20"5, eguagliando il record mondiale. Poco meno di due ore più tardi tornò in pista per la finale e ripeté lo stesso tempo, conquistando la medaglia d’oro davanti allo statunitense Lester Carney, secondo in 20"6, e al francese Abdoulaye Seye, terzo in 20"7. Il cronometraggio elettrico, allora non ancora ufficiale, registrò 20"65 in semifinale e 20"62 in finale.


Quella vittoria fece di Berruti il primo velocista europeo a conquistare il titolo olimpico nei 200 metri, interrompendo il dominio nordamericano che aveva caratterizzato la specialità nelle precedenti edizioni dei Giochi. L'archivio olimpico riporta per la finale di Roma il tempo ufficiale di 20"62. Fu una delle immagini simbolo dei Giochi di Roma. Il ragazzo torinese con gli occhiali scuri, la corsa composta e la falcata leggera divenne immediatamente uno dei volti dell'Olimpiade italiana. Treccani lo ha definito uno dei talenti più puri prodotti dall'atletica italiana, sottolineandone proprio l'eleganza e la fluidità di corsa.


Una carriera costruita anche lontano dalla pista


La grandezza di Berruti non si esaurì nella vittoria olimpica. Dopo il trionfo di Roma continuò a competere ad alto livello, partecipando ai Giochi di Tokyo 1964 e Città del Messico 1968. A Tokyo raggiunse la finale dei 200 metri, chiudendo al quinto posto in 20"83, risultando ancora una volta il primo europeo. Nella stessa edizione fu settimo con la staffetta 4x100. Quattro anni più tardi, a Città del Messico, arrivò nuovamente in finale con la 4x100, mentre nei 200 metri si fermò ai quarti di finale.


Nel suo palmarès figurano anche numerosi titoli italiani: Berruti conquistò sei campionati nazionali nei 100 metri e otto nei 200, oltre al titolo nella 4x100. Nel corso della carriera stabilì inoltre numerosi primati italiani nelle diverse specialità della velocità. La sua storia sportiva fu accompagnata dagli studi. Berruti si laureò infatti in chimica industriale all'Università di Torino, mantenendo una dimensione personale e professionale parallela all'attività agonistica. Dopo il ritiro dalla pista, avvenuto nel 1969, rimase comunque profondamente legato al mondo dello sport e dell'Olimpismo.


L'“angelo” della velocità


Berruti è stato spesso ricordato per una caratteristica che andava oltre i risultati cronometrici: il modo di correre. La leggerezza della falcata, la compostezza e l'apparente facilità con cui esprimeva la velocità gli valsero l'appellativo di “angelo”. Una definizione che ben rappresentava un atleta capace di unire tecnica, eleganza e rendimento ai massimi livelli.


La stessa FIDAL, nel raccontare la sua carriera, ha ricordato come il suo ingresso nell'atletica fosse avvenuto al liceo Cavour di Torino, nel 1955. In pochi anni Berruti passò dalle competizioni studentesche al titolo olimpico, costruendo una delle parabole più significative nella storia dello sprint italiano.


Un simbolo di Roma 1960


La vittoria di Berruti rimane una delle immagini fondanti dell'atletica italiana. I Giochi di Roma rappresentarono infatti un momento di svolta per lo sport azzurro e la finale dei 200 metri ne divenne una delle fotografie più celebri. Non fu soltanto una medaglia d'oro. Fu la dimostrazione che un atleta europeo poteva imporsi nella specialità allora dominata dagli sprinter statunitensi. Berruti lo fece davanti al pubblico di casa, stabilendo per due volte nella stessa giornata il record mondiale con il tempo manuale di 20"5.


La sua figura rimase poi legata all'Olimpismo italiano anche molti anni dopo il ritiro. Nel 2006 fu tra gli otto italiani incaricati di portare la bandiera olimpica durante la cerimonia di chiusura dei Giochi Invernali di Torino, nella sua città.


L'eredità di Livio Berruti


La morte di Livio Berruti chiude un capitolo della storia dell'atletica italiana. Il suo nome rimane però legato a un'impresa che ha attraversato generazioni: quei 20"5 del 3 settembre 1960, corsi due volte nello spazio di poche ore, e soprattutto quella falcata che lo portò all'oro olimpico. Berruti non fu soltanto il campione di una giornata. Fu uno degli atleti che contribuirono a costruire l'immaginario della velocità italiana e a dimostrare che anche l'atletica azzurra poteva salire sul gradino più alto del podio olimpico nelle specialità simbolo dello sprint.

A 66 anni da quella sera di Roma, la sua corsa continua a rappresentare una delle pagine più luminose della storia dell'atletica italiana.

09/08/2026